La Famiglia Pepi: memoria, identità e patrimonio culturale nel cuore di Firenze
di Riccardo Sacchettini
Le origini: un casato tra commercio e potere politico
Le radici della famiglia Pepi affondano nell'XI secolo, quando un capostipite noto come "Pepe" gettò le fondamenta di quella che sarebbe diventata una delle dinastie più longeve e influenti della Firenze medievale e rinascimentale. Il cognome stesso racconta una storia imprenditoriale: secondo una tradizione consolidata, i Pepi erano originari dell'isola di Cipro e detennero in città il monopolio del commercio del pepe, spezia preziosa e simbolo di ricchezza nell'economia medievale. Alcuni studiosi hanno ipotizzato persino legami di parentela con due giganti dell'arte italiana: Cimabue (al secolo Cenni di Pepo, 1240–1302) e Sandro Botticelli (Alessandro di Mariano Filipepi, 1445–1510).
Nella Firenze dei comuni e delle fazioni, i Pepi scelsero il campo guelfo, unendosi — come molte famiglie mercantili — alla Torre dei Consorti sul Lungarno Acciaiuoli, struttura condivisa tra diciotto casati, tra cui i Baldovinetti, gli Adimari e i Mannelli. Fu tuttavia nella vita istituzionale che il casato espresse la propria forza: durante la Repubblica fiorentina, i Pepi fecero parte della Signoria per ben ventinove volte — venticinque come Priori e quattro come Gonfalonieri di Giustizia, a partire da Neri di Pepe nel 1301.
Figura di straordinario rilievo politico fu Francesco di Chirico di Giovanni Pepi, giurista, due volte Priore, due volte Gonfaloniere di Giustizia, Ambasciatore della Repubblica presso l'imperatore Massimiliano (1496) e presso papa Giulio II (1506). Nel dibattito costituzionale dell'era savonaroliana fu tra i principali artefici di una proposta innovativa: la creazione di un Senato di duecento-quattrocento membri che limitasse l'autorità del Consiglio maggiore, assicurando alle casate ottimatizie una presenza stabile nel governo. Un progetto che, pur non tradotto immediatamente in legge, indicò il percorso del futuro assetto istituzionale fiorentino.
L'ascesa: strategia matrimoniale e inserimento nell'élite medicea
Con il consolidarsi del potere mediceo e la progressiva trasformazione della Signoria in Granducato, i Pepi seppero adattare la propria strategia di affermazione, intrecciando la rete dei matrimoni con le famiglie più in vista del panorama fiorentino: Ridolfi, Medici, Gondi, Pecori, Grazzini, Niccolini. Una politica matrimoniale consapevole e lungimirante, che trasformò il patrimonio relazionale del casato in una risorsa strutturale, aprendo le porte alle più alte cariche del territorio.
Il caso più emblematico è quello di Ruberto Pepi (1572–1634), figura ampiamente studiata dalla storiografia. Figlio di Ruberto senior e di Dianora Ridolfi, ricevette una solida formazione letteraria prima di essere avviato al commercio nel banco Ricasoli. Da lì intraprese una straordinaria carriera internazionale: quattro viaggi ad Alessandria d'Egitto per conto della banca, poi, dal 1598, il ruolo di Scrivano di razione nelle galere dell'Ordine di Santo Stefano per concessione del Granduca Ferdinando I de' Medici. Seguirono missioni ad Algeri, Maiorca, Barcellona; la nomina a Luogotenente e Commissario delle Galere (1601–1603); infine il comando del galeone di San Giovanni Battista e Sant'Orsola nei viaggi verso la Spagna.
Rientrato a Firenze nel 1608, Ruberto fu scelto come Maestro di casa dei principi forestieri per le nozze di Cosimo de' Medici con Maria Maddalena d'Austria. Nello stesso anno sposò Isabella de' Medici, appartenente a un ramo cadetto della famiglia granducale: un'unione che conferì alla famiglia un prestigio straordinario e l'accesso all'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano. Dal matrimonio nacquero dodici figli. La sua autobiografia manoscritta, conservata nell'Archivio Pepi e trascritta integralmente da R. Burr Litchfield nel volume Un mercante fiorentino alla corte dei Medici (Olschki, 1999), costituisce oggi un documento storico di prima grandezza.
Il 19 aprile 1751 segnò l'apice del riconoscimento istituzionale del casato: l'iscrizione nei Libri d'Oro con il titolo di "Nobili Patrizi Fiorentini, del quartiere di Santa Croce, del gonfalone del Lion Nero".
Il patrimonio immobiliare e araldico
Lo stemma dei Pepi — il palo d'argento su campo rosso — è il filo rosso che collega, nei secoli, le molteplici proprietà del casato e i luoghi della sua devozione. Si ritrova inciso su pilastri, lapidi, cappelle e tombe in tutta Firenze e nel contado: nella Chiesa di San Remigio (fondata nell'XI secolo), nella Cappella Pepi di Santa Maria Maddalena dei Pazzi, nella tomba terragna della Basilica di Santa Croce — commissionata da Francesco di Chirico e restaurata nel 1621 da Ruberto Pepi, poi nuovamente nel 1912.
Il patrimonio immobiliare del casato comprendeva, nei secoli di massimo splendore, la Villa di Morulli (oggi Villa Bertolini Carrega) e la Villa di Rinieri a Careggi; la Villa Pepi di Vigliano e i poderi di Torre all'Isola e delle Cetine presso Rignano sull'Arno; diverse proprietà nella lega di Cornetole in Mugello. La data più significativa per la storia urbana è il 6 maggio 1653, quando Francesco Pepi acquistò da Lucrezia Serragli, vedova Pucci, il Palazzo Berlinghieri in via dei Bonfanti. Da quel giorno la famiglia vi dimorò stabilmente, e nel corso dell'Ottocento la via cambiò nome, diventando l'attuale via dei Pepi, che si chiude sull'asse prospettico di Piazza Santa Croce.
Le riforme napoleoniche di inizio Ottocento — con l'abolizione del Fedecommesso — produssero la frammentazione del patrimonio immobiliare e la vendita dei poderi, ripartiti tra i diversi rami familiari. Ciò che rimase unito, seguendo la linea di discendenza diretta, fu il patrimonio documentario: l'Archivio di famiglia.
L'Archivio Pepi: memoria viva come risorsa culturale
All'interno del piano nobile di Palazzo Pepi, custodito in un mobile rinascimentale, si conserva l'Archivio della famiglia Pepi: una raccolta eccezionale di 164 unità complessive, comprensive di 31 filze, 109 registri e 24 buste, con documentazione che copre un arco cronologico dal Cinquecento a oggi.
L'archivio è sopravvissuto a secoli di spostamenti, divisioni ereditarie e passaggi di proprietà. La sua continuità è dovuta alla tutela esercitata dalla linea maschile diretta, sino a quando, con l'assenza di eredi maschi, la custodia è passata a Maria Luisa Pepi, ultima discendente del casato e custode consapevole di questa memoria collettiva.
È stata Maria Luisa Pepi a commissionare, con l'affiancamento scientifico del Prof. Antonio Romiti (ordinario di Archivistica all'Università di Firenze), il riordinamento sistematico e la schedatura integrale dell'archivio, affidati a Riccardo Sacchettini. Il frutto di questo lavoro pluriennale è il volume L'Archivio della famiglia Pepi (Istituto Storico Lucchese, Lucca, 2016): oltre settecento pagine di inventario analitico, corredato dalle presentazioni del Sindaco di Firenze Dario Nardella, del Prof. Antonio Romiti e del Prof. Giovanni Cipriani, nonché dal saggio araldico del Prof. Luigi Borgia, membro dell'Académie Internationale d'Héraldique.
Il volume — tirato in mille copie, depositate in tutte le biblioteche del territorio fiorentino per scelta esplicita di Maria Luisa Pepi — è stato presentato il 23 ottobre 2015 al Cenacolo di Santa Croce. Da allora è diventato il punto di partenza per visite guidate, incontri accademici e collaborazioni con le principali istituzioni culturali cittadine: l'Università di Firenze, gli Amici dei Musei e dei Monumenti Fiorentini, il Coro di Santa Croce, l'associazione Città Nascosta.
Il figlio di Maria Luisa, Alberto Balestreri, economista e già direttore dell'ufficio studi della Banca Popolare di Milano, ha inquadrato con precisione il valore strategico del patrimonio archivistico:
«Un archivio da "banchieri": che attesta la serietà e la disciplina di una famiglia che ha amministrato per molti secoli i propri beni — e quelli di molte altre nobili famiglie fiorentine — sulla base della fiducia che ha saputo costruire nel tempo e della correttezza del proprio operato, correttezza che deve essere possibile dimostrare conti alla mano; che è stato alimentato e difeso per centinaia di anni, come se fosse più una "cassaforte di valori" che un archivio di documenti amministrativi.»
La figlia Cristina Balestreri, diplomata in pianoforte e compositrice, fondatrice dell'Atelier Pepi Studio e della prima linea italiana di abbigliamento da ballo "Pepi Tango", cura l'aggiornamento del sito web www.archiviopepi.it, garantendo la divulgazione digitale del patrimonio familiare.
I luoghi della memoria: un percorso epigrafico nella città
Accanto all'archivio documentario, la famiglia Pepi ha lasciato nella topografia di Firenze e del contado un sistema di segni fisici — lapidi, cappelle, stemmi — che compone un itinerario storico di grande interesse culturale e turistico.
La tomba terragna nella Basilica di Santa Croce, commissionata da Francesco di Chirico, costituisce il nucleo più antico: in marmo bianco di Carrara, verde di Prato e rosso di Verona, reca l'iscrizione circolare Franciscus i(uris) c(onsultus) familiae peporum instaur(andum) curavit ed è rimasta la sepoltura principale del casato fino all'editto napoleonico del 1804, che impose la traslazione dei cimiteri fuori dalle mura urbane.
A Careggi, sul fianco della chiesa di San Piero, sopravvivono due epigrafi di straordinaria intensità umana: quelle di Marianna Pepi (1819–1833), morta a soli quattordici anni, e della madre Luisa Niccolini nei Pepi (1796–1845). Le iscrizioni, commissionate dal padre e marito Bernardo Pepi, testimoniano con rara commozione il lutto privato e la sensibilità religiosa della famiglia ottocentesca.
L'Oratorio di Vigliano (eretto nel 1737 per volere di Giovanni Pepi, nobile fiorentino, in onore di Sant'Antonio da Padova, poi trasformato in cappella mortuaria), la Cappella Pepi del Cimitero delle Porte Sante a San Miniato, con dodici lapidi e diciannove sepolture, completano il quadro di un percorso devozionale e memoriale che si articola dall'XI secolo ai giorni nostri.
A chiudere il cerchio di questo percorso urbano c'è il tabernacolo della Madonna di San Giovannino, all'incrocio tra via dei Pepi e via Ghibellina: opera del XIX secolo in un'edicola del XVI, restaurato nel 2012 per iniziativa di Maria Luisa Pepi, con dedica alla città di Firenze. Una presenza discreta eppure eloquente, nel cuore del quartiere di Santa Croce.
Un modello di valorizzazione del patrimonio culturale privato
La storia della famiglia Pepi non è solo una vicenda di memoria familiare: è un caso esemplare di come un patrimonio privato — archivistico, immobiliare, araldico, spirituale — possa diventare risorsa culturale condivisa, aperta alla ricerca, alla didattica, al turismo di qualità.
La scelta di Maria Luisa Pepi di investire nel riordinamento scientifico dell'archivio, di renderlo consultabile, di presentarlo pubblicamente e di distribuirne il volume nelle biblioteche cittadine, rappresenta un modello virtuoso di responsabilità culturale delle famiglie storiche. Un modello che guarda al futuro mantenendo lo sguardo fermo sul passato: come ha ricordato Alberto Balestreri, la vera ricchezza di questo archivio non è nei documenti in sé, ma nella fiducia e nella correttezza che essi attestano — valori che, in ogni epoca, costituiscono il fondamento di ogni impresa e di ogni comunità.
Riccardo Sacchettini è archivista e storico, autore del volume L'Archivio della famiglia Pepi (Istituto Storico Lucchese, Lucca, 2016), realizzato con il contributo esclusivo di Maria Luisa Pepi e la collaborazione dell'Università degli Studi di Firenze e dell'Istituto Storico Lucchese.